Nuovo report CLUSIT ottobre 2026: quali sono i dati da misurare per reagire più velocemente a un incidente cyber?
In questo articolo
Il rapporto CLUSIT di ottobre 2026
Il Rapporto CLUSIT di ottobre 2026 mostra che, mentre aumentano gli incidenti gravi, per le aziende diventa decisivo ridurre il tempo tra il primo segnale e il contenimento dell’incidente.
Per chi gestisce la sicurezza informatica in azienda vuol dire misurare quali asset sono davvero visibili, quanto restano aperte le vulnerabilità, chi possiede privilegi critici, quali sistemi inviano log utili e quanto tempo occorre per rilevare, isolare e ripristinare.
Sono infatti i dati a guidare le decisioni perché senza parametri e numeri misurabili anche gli strumenti di sicurezza più evoluti rischiano di intervenire troppo tardi.
Che cosa dice il Rapporto CLUSIT di ottobre 2026?
Nel primo semestre del 2026 il Rapporto CLUSIT ha rilevato 4.911 incidenti cyber gravi a livello globale, il 71% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. In Italia gli episodi noti sono 245, di cui circa l’82% è riconducibile al cybercrime mentre il manifatturiero risulta il settore più colpito, con il 18,4% degli incidenti nazionali.
Come leggere questi numeri? Sono dati che non comprendono ogni attacco avvenuto, il CLUSIT infatti analizza gli incidenti gravi resi pubblici o documentabili. Sono quindi da non considerare come una stima della probabilità che una singola azienda venga colpita.
Quando aumenta l’esposizione al rischio e si riduce il tempo disponibile per intervenire, la verifica dovrebbe partire da quattro domande:
- quali sistemi critici ed esposti sono realmente monitorati
- per quanto tempo le vulnerabilità rimangono senza interventi
- quanto passa tra il primo segnale, l’analisi e il contenimento
- quanto occorre per ripristinare i servizi prioritari
Le risposte formano la baseline necessaria per capire se l’azienda sta diventando più veloce nel rilevare e gestire gli incidenti oppure sta semplicemente accumulando nuovi strumenti.
Quali dati deve raccogliere un IT Manager per misurare il rischio cyber?
Occorre partire da un cruscotto con decine di KPI? Certamente no, perché per costruire una baseline utile sono sufficienti pochi dati, purché vengano raccolti con criteri costanti, confrontati nel tempo e associati a soglie di intervento.
| Area da controllare | Dati da raccogliere | Che cosa permettono di capire |
|---|---|---|
| Asset e dipendenze | Percentuale di sistemi critici censiti, owner e servizi collegati | Quali componenti non sono visibili o non hanno un responsabile |
| Vulnerabilità | Falle critiche aperte, anzianità e tempo di correzione | Per quanto tempo i sistemi rimangono esposti |
| Identità e privilegi | Account privilegiati, condivisi, inattivi o privi di owner | Chi può accedere alle risorse critiche e con quale livello di controllo |
| Copertura del monitoraggio | Sistemi che inviano log e durata delle eventuali interruzioni | Dove un incidente potrebbe svilupparsi senza generare segnali |
| Rilevamento e contenimento | Tempo tra primo segnale, analisi e isolamento | Quanto rapidamente l’azienda riesce a limitare un attacco |
| Segnalazioni degli utenti | Numero e tempo medio delle segnalazioni sospette | Se le persone contribuiscono realmente al rilevamento |
| Ripristino | Esito dei restore test e tempi effettivi rispetto a RTO e RPO | Se i servizi possono tornare operativi entro i tempi previsti |
Nel caso uno o più dati non siano disponibili sarà necessario capire come affrontare questo punto cieco.
Il macchinario più costoso è l’asset più critico da proteggere in azienda?
Una linea produttiva da milioni di euro può dipendere da un normale PC industriale, da una cartella di rete contenente le ricette di produzione o dal collegamento remoto utilizzato dal manutentore. E se uno di questi elementi fosse improvvisamente compromesso? L’impianto potrebbe fermarsi anche se il macchinario principale non fosse stato attaccato direttamente.
La criticità cyber di un asset non dipende quindi soltanto dal suo valore economico o dalla complessità tecnologica, ma dalle conseguenze della sua indisponibilità. Una domanda semplice può fare emergere dipendenze poco visibili: che cosa si fermerebbe se questo sistema non fosse disponibile per quattro ore?
La risposta aiuta a capire quali asset censire per primi, quali collegamenti monitorare e dove concentrare le attività di protezione e ripristino.
Come trasformare i dati raccolti in azioni?
Una volta raccolti i dati, per intervenire saranno richiesti 3 elementi di base:
– un responsabile
– una scadenza
– un intervento verificabile
In base alla tipologia di attività, è possibile attivare il presidio corretto, come ad esempio:
- asset non censiti, configurazioni deboli o privilegi eccessivi: Cyber Audit e AD Security Assessment aiutano a individuare sistemi esposti, accessi critici e anomalie nelle configurazioni
- vulnerabilità che rimangono aperte troppo a lungo: il Vulnerability Assessment identifica e classifica le falle, mentre le attività di remediation supportano la loro correzione
- log mancanti o tempi di analisi elevati: BeeTech Managed Log Admin, ad esempio, centralizza e controlla eventi critici provenienti da Active Directory, Microsoft 365 e file server mentre un servizio MDR aggiunge monitoraggio e risposta gestita 24/7
- segnalazioni tardive da parte degli utenti: Security Awareness e simulazioni di phishing permettono di misurare comportamenti e tempi di reazione
- tempi di recupero non verificati: BeeTech Managed Backup controlla l’esito delle copie, ne verifica periodicamente l’integrità e supporta il ripristino di server e macchine virtuali
Anche se è possibile attivare ogni servizio contemporaneamente la priorità va assegnata al punto debole che allunga maggiormente i tempi di rilevamento, contenimento o ripristino.
Che cosa mostrano i dati sulle MPMI italiane?
Il PID Cyber Check 2025, analizzato nel Rapporto CLUSIT, ha coinvolto 2.873 imprese, in prevalenza micro e piccole. I risultati evidenziano in particolare tre criticità:
- il 39,9% delle imprese coinvolte non prevede programmi di formazione cyber. L’indice medio di rischio è pari a 60,4, contro il 32,2 delle imprese che affiancano alla formazione generale attività periodiche rivolte ai ruoli più critici
- il 32,9% utilizza ancora utenze condivise, con l’indice che passa da 60,4 a 40,2 nelle aziende che adottano esclusivamente account personali e ne monitorano l’utilizzo
- nel 22,7% delle imprese manca una policy per disattivare le credenziali del personale non più attivo. L’indice è 63,0, contro 45,7 quando la revoca è immediata.
L’indagine è volontaria, si basa su un’autovalutazione e non dimostra un rapporto automatico di causa ed effetto. Mostra però un’associazione ricorrente interessante perchè dove formazione, identità e accessi vengono gestiti come processi continuativi, il rischio rilevato è inferiore.
Per chi si occupa di sicurezza informatica in azienda, il passaggio decisivo consiste quindi nel verificare l’applicazione dei controlli, non soltanto la presenza formale di policy e strumenti.

Perché il settore manifatturiero è particolarmente esposto?
Nel primo semestre del 2026 il manifatturiero è stato il settore più colpito in Italia, con 45 incidenti su 245, pari al 18,4% del campione nazionale. A livello globale rappresenta invece il 5,4% degli episodi osservati. Ancora più rilevante è la gravità, dal momento che il 98% degli incidenti manifatturieri italiani analizzati da CLUSIT è stato classificato con impatto High o Critical.
L’integrazione tra sistemi IT, impianti OT, accessi remoti e fornitori amplia la superficie da controllare. Un assessment condotto su 75 aziende italiane mostra alcuni punti deboli ricorrenti:
| Evidenza | Implicazione operativa |
|---|---|
| Solo 25 aziende dispongono di un inventario OT completo | Asset, owner e dipendenze possono non essere conosciuti |
| Il 21% estende gli aggiornamenti validati ai dispositivi OT e SCADA | Le vulnerabilità possono rimanere aperte più a lungo |
| Il 27% esegue periodicamente Vulnerability Assessment sugli asset OT critici | L’esposizione reale può emergere solo dopo un incidente |
Il campione OT, pur non rappresentando l’intero sistema industriale italiano, evidenzia una criticità concreta ovvero che non è possibile stabilire priorità, monitorare anomalie o pianificare il ripristino se non si conoscono sistemi, collegamenti e processi produttivi dipendenti da ciascun asset.
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