Gli attacchi cyber nell’era dell’AI agentica. Cosa cambia per CISO e IT Manager?

Gli attacchi cyber nell’era dell’AI agentica. Cosa cambia per CISO e IT Manager?

In questo articolo

Il rischio cyber aumenta a causa degli attacchi basati sull’AI?

Con l’AI agentica per CISO e IT Manager il rischio cyber cambia soprattutto per velocità, scala e autonomia tattica. Gli attaccanti possono delegare a un agente ricognizione, uso di strumenti, correzione degli errori e movimento laterale, delegando alla componente umana gli obiettivi e le decisioni critiche.

La risposta efficace combina i fondamentali già noti, come patching, gestione delle identità, segmentazione e backup, con controlli specifici su agenti, tool, memoria, autorizzazioni e telemetria.

Che cosa rende davvero “agentico” un attacco cyber?

Un attacco è agentico quando l’intelligenza artificiale riceve un obiettivo, lo scompone in attività, richiama gli strumenti, osserva i risultati e modifica il piano di attacco senza attendere un prompt umano a ogni passaggio. È il ciclo plan-act-observe-adjust.

La differenza tra AI generative e AI agentica? L’AI generativa produce contenuti, l’AI agentica agisce su ambienti reali. Per le figure professionali che si occupano di sicurezza informatica il discrimine diventa la delega concessa e non il modello utilizzato. Un agente collegato a Claude Code, ad esempio, può trasformare testo in azioni operative.

I framework di cybersecurity come NIST, ENISA e OWASP suggeriscono di trattare questi sistemi sia come software sia come identità non umane.

Modello operativo Cosa fa l’AI Ruolo dell’essere umano Implicazione per la difesa
AI-assisted Genera testo, codice o analisi su richiesta Guida ogni fase Aumentano qualità e produttività dell’attaccante
Automazione tradizionale Esegue una sequenza predefinita Progetta il playbook e gestisce gli errori Il comportamento è rapido ma relativamente deterministico
AI agentica supervisionata Pianifica sotto-obiettivi, usa tool e corregge errori Approva snodi ad alto impatto Servono controlli su identità, tool e autorizzazioni
AI agentica human-on-the-loop Opera a lungo e coinvolge l’umano solo per eccezioni Decide target, vincoli e monetizzazione Il contenimento deve avvenire a machine speed

Cosa dimostrano alcuni casi documentati nel 2025 e nel 2026? 

Alcuni casi resi pubblici recentemente hanno dimostrato autonomia tattica reale ma non un cybercriminale digitale totalmente indipendente.

Nel 2025 Anthropic ha descritto una campagna di spionaggio in cui Claude Code avrebbe eseguito l’80-90% delle attività, lasciando all’operatore umano solo 4-6 snodi decisionali per campagna.

La sequenza comprendeva fasi di:

  • Ricognizione
  • Ricerca di vulnerabilità
  • Raccolta di credenziali
  • Movimento laterale
  • Analisi ed esfiltrazione

Il modello ha però anche inventato credenziali e interpretato come segreti dati pubblici. Nel luglio 2026 Sysdig ha documentato JADEPUFFER, un’operazione di estorsione avviata da una vulnerabilità di Langflow.

DA SAPERE
Langflow è un framework visivo open-source e low-code progettato per creare applicazioni e agenti di Intelligenza Artificiale.

Durante l’attacco, il ricercatore ha osservato oltre 600 payload coerenti, la correzione di un login fallito in 31 secondi e la cifratura dichiarata di 1.342 elementi di configurazione Nacos. Anche se sono tutti segnali forti di comportamento adattivo, restano però casi osservati dai rispettivi vendor che provano la capacità tecnica ma da soli non misurano la diffusione globale del fenomeno.

Perché velocità e scala cambiano il rischio aziendale?

Il vero cambio di paradigma è nella velocità di esecuzione: mentre un agente AI può adattare e rilanciare un attacco in pochi secondi, l’azienda deve ancora aprire un ticket, coinvolgere il team e autorizzare l’intervento.

ENISA, European Union Agency For Cybersecurity, descrive questo ritardo come authority gap, dove la latenza critica diventa procedurale, oltre che tecnica. Per CISO e IT Manager la conseguenza è che patching, triage e contenimento devono essere prioritizzati in base all’esposizione reale e automatizzati entro limiti approvati. L’obiettivo è predefinire azioni sicure, come l’isolamento di un endpoint, la revoca di un token o il blocco dell’egress, che il SOC possa attivare senza ricominciare ogni volta l’iter decisionale.

Quali segnali può cercare il SOC in un attacco agentico?

Esiste un indicatore infallibile che dica “questo attacco è stato eseguito da un’AI”? Secondo le fonti più autorevoli, in questo momento la risposta è no. Il SOC deve cercare combinazioni comportamentali come ritmo, adattamento, parallelismo e coerenza dell’obiettivo. I commenti autoesplicativi nel codice possono aiutare, ma non costituiscono una prova perchè un attaccante umano può inserirli e un agente può rimuoverli.

Il segnale più utile è la sequenza completa di azioni come ricognizione, tentativo, errore, diagnosi specifica, cambio di vettore e nuova esecuzione in tempi rapidi.

Ecco 6 criteri di rilevamento da portare nel backlog del SOC:

  • Velocità di adattamento: retry diversi e tecnicamente coerenti dopo un errore, non semplici ripetizioni identiche.
  • Parallelismo: enumerazioni o tentativi simultanei su più servizi, account, cloud e tecnologie.
  • Caccia ai segreti: ricerca sistematica di file .env, API key, token cloud, cookie, wallet e credenziali database.
  • Uso anomalo dei tool: shell, browser, repository o API chiamati fuori dal profilo previsto dell’identità.
  • Cambio di obiettivo operativo: passaggio rapido da accesso a persistenza, movimento laterale, esfiltrazione o distruzione.
  • Azioni bulk ad alto impatto: modifica massiva di configurazioni, privilegi, record, storage o backup.

Quali controlli riducono davvero il rischio?

La difesa efficace unisce una corretta postura di sicurezza informatica con controlli specifici per gli agenti AI. Patching, MFA resistente al phishing, PAM, segmentazione, egress filtering, backup immutabili e monitoraggio runtime avrebbero potuto ostacolare anche i casi più avanzati osservati.

Resta elevato il rischio di prompt injection, come dimostrano I dati di una competizione analizzata da NIST, in cui oltre 400 partecipanti hanno prodotto più di 250.000 tentativi contro 13 modelli frontier e almeno un caso di hijacking ha avuto successo su ciascun modello target.

Il risultato non misura la frequenza degli incidenti in produzione, ma dimostra che affidarsi ai soli guardrail del modello può essere fragile.
(Fonte: NIST CAISI; riferimento: OWASP)

Rischio Controllo preventivo Rilevamento e risposta
Server di orchestrazione esposto Patching, hardening, segmentazione, accesso amministrativo ristretto Runtime detection, WAF e isolamento dell’host
Abuso di identità o token Workload identity, JIT, PAM, scope minimo, rotazione Baseline comportamentale e revoca centralizzata
Prompt injection indiretta Separazione tra dati e istruzioni, content isolation, human gate Log di prompt, contesto e tool call; kill switch
Tool poisoning o supply chain MCP Registry approvato, firma, pin di versione e review Controllo di hash, schema e variazioni dei permessi
Azione distruttiva su dati o configurazioni Approval esterna al modello e separazione dei ruoli Database audit, alert sulle operazioni bulk, restore testato
Movimento laterale a machine speed Microsegmentazione ed egress allowlist Correlazione EDR/XDR, IAM, cloud e rete con containment automatico

Vuoi approfondire il tema degli attacchi AI?
Scopri gli articoli su Shadow AI e Man-in-the-Prompt.

Come costruire un piano operativo per difendersi dagli attacchi AI?

Nei primi 90 giorni il CISO dovrebbe ottenere quattro risultati verificabili:

  • sapere quali agenti operano, con quali identità e privilegi
  • ridurre i punti di ingresso più facili
  • rendere osservabili prompt e tool call nei workflow critici
  • testare il contenimento di un agente compromesso.

L’AI agentica va inserita nei processi esistenti di vulnerability management, incident response, business continuity, supplier risk e secure development, aggiornandone velocità e perimetro. La governance funziona quando è possibile dimostrare chi ha delegato cosa, a quale agente e con quale limite.

Agentic AI e cybersecurity

Esempio di piano operativo su 3 mesi

Giorni 0-30 — capire dove siamo esposti.
Creare un inventario delle soluzioni di AI utilizzate, indicando per ciascuna chi ne è responsabile, a quali dati può accedere e quali operazioni può eseguire. Individuare i servizi raggiungibili da Internet, correggere rapidamente le vulnerabilità più gravi, sostituire password e chiavi esposte e verificare che backup e account condivisi siano gestiti correttamente.

Giorni 31-60 — limitare gli accessi e aumentare la visibilità.
Concedere a utenti e applicazioni soltanto i permessi realmente necessari e, quando possibile, solo per il tempo richiesto. Registrare le attività svolte dagli agenti AI e richiedere l’approvazione di una persona prima delle operazioni più delicate, come cancellare dati, modificare privilegi, pubblicare software, inviare informazioni all’esterno o accedere a credenziali aziendali.

Giorni 61-90 — verificare che le difese funzionino. 
Simulare un attacco in cui un agente AI viene ingannato o utilizzato per diffondere ransomware. Misurare quanto tempo serve per bloccare gli accessi, isolare i sistemi coinvolti e ripristinare i dati. Trasformare infine le criticità emerse in un piano di interventi con responsabili, priorità, scadenze e budget.

Qual è la priorità per CISO e IT Manager?

La priorità è chiudere il divario tra velocità dell’attacco e capacità autorizzata di risposta. Significa ridurre l’esposizione esterna, applicare privilegi minimi a persone e workload, rendere ogni automazione ricostruibile e pre-approvare azioni di contenimento a basso rischio.
Un Security Assessment consente di trasformare una fotografia dell’azienda in una roadmap prioritizzata, mentre un presidio MDR/SOC aiuta a correlare segnali e intervenire con continuità.

BeeCyber, la Business Unit di Infor dedicata alla sicurezza informatica, integra assessment, vulnerability management, gestione delle identità, protezione dei dati, monitoraggio e risposta agli incidenti. L’obiettivo resta quello di costruire controlli capaci di fermare azioni anomale, qualunque sia l’esecutore.

Una mail al mese sui temi più caldi della cybersecurity. Iscriviti ora!
Compila il form per iscriverti alle nostre Cybernews


Le FAQ sugli attacchi con AI agentica

L’AI agentica indica un sistema capace di perseguire un obiettivo attraverso più passaggi: pianifica, utilizza strumenti, osserva gli esiti e corregge il percorso. In cybersecurity può essere usata dal difensore per triage e risposta oppure dall’attaccante per ricognizione, exploitation, raccolta di credenziali e movimento laterale. La variabile decisiva è la delega: quali tool può chiamare, quali dati vede e quali azioni può eseguire.

L’AI generativa produce un output, per esempio un testo, un’immagine o del codice, in risposta a una richiesta. L’AI agentica usa il modello come motore decisionale dentro un workflow: può mantenere uno stato, scegliere il passo successivo, chiamare API o software e verificare il risultato. Un chatbot che suggerisce uno script è assistivo; un agente che lo esegue, interpreta l’errore e lo modifica è agentico.

Tra i casi pubblici più rilevanti ci sono la campagna di cyber spionaggio descritta da Anthropic nel 2025, con ampia automazione delle attività tattiche, e JADEPUFFER, osservato da Sysdig nel 2026, che ha concatenato accesso, ricognizione, movimento laterale e distruzione di dati. Sono evidenze importanti, ma provengono da osservazioni dei rispettivi vendor e non dimostrano che ogni fase, dalla scelta della vittima alla monetizzazione, sia già autonoma.

I rischi principali sono due. Il primo è esterno: attacchi più rapidi, paralleli e adattivi. Il secondo è interno: agenti aziendali compromessi o manipolati tramite prompt injection, tool malevoli, credenziali eccessive o memoria contaminata. Un agente con accesso a email, file, browser, repository e cloud può coinvolgere molti sistemi e dati aziendali.